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Dirigente dell’ASI, già responsabile del corpo astronauti europeo, Simonetta Di Pippo parla degli obiettivi del movimento “Space Renaissance Italia”.
È la prima donna italiana dello spazio, Simonetta Di Pippo. Lì non ci è mai andata fisicamente (lo farà presto Samantha Cristoforetti, prima astronauta italiana), ma lo spazio è stato e resta oggi la costante della carriera di una professionista di livello internazionale. Con una grande passione per l’esplorazione: ha lavorato ai programmi spaziali della NASA per Marte e al programma Aurora dell’ESA per l’esplorazione del sistema solare, ha diretto il settore di ricerca dell’osservazione dell’universo all’Agenzia spaziale italiana (ASI) e dal 2008 al 2011 è stata alla guida di uno dei più importanti reparti dell’ESA, quello per il Volo Umano, responsabile delle missioni del corpo astronauti europeo. Da tempo è tra i papabili per la presidenza dell’ASI, un possibile nuove primato per la Di Pippo, che è anche presidente di “Women in Aerospace Europe”. Non c’è da stupirsi quindi se Simonetta Di Pippo sia anche tra i sostenitori di “Space Renaissance Italia”, il movimento per promuovere un nuovo rinascimento spaziale attraverso l’espansione della civiltà umana nell’universo. Ne parlerà insieme ai fondatori di Space Renaissance il 22 marzo all’evento di lancio dell’iniziativa alla Città della Scienza di Napoli: sarà il primo grande evento ospitato dal science center dopo il terribile incendio che ha distrutto buona parte della struttura.

L’impegno politico per riprendere l’avventura umana nello spazio.
Alla domanda sul perché rilanciare la presenza umana nello spazio, Simonetta Di Pippo risponde indicando l’ultima frontiera dell’esplorazione: “L’unicità della nostra civiltà è al momento tutta da dimostrare”, sostiene. “Con le recenti scoperte, a ritmo incessante, di nuovi sistemi planetari intorno ad altre stelle molto vicine a noi (su scala cosmica), e con l’evidenza scientifica nel nostro sistema solare di altri corpi che presentano alcuni fenomeni simili ai nostri (come ad esempio Titano, la luna di Saturno, con i suoi laghi e fiumi di metano e la sua circolazione climatica), si ripropone con insistenza la classica domanda di sempre: siamo soli nell’Universo? La risposta è per gli addetti ai lavori abbastanza scontata, seppur solo basata su considerazioni di tipo statistico: è decisamente improbabile”. Ma all’istinto naturale della nostra specie di andare in cerca di strani e nuovi mondi, magari per scoprire altre civiltà con le quali entrare in contatto, si aggiungono necessità più terrene: “La carenza in deciso aumento di materie prime sul nostro pianeta, il riscaldamento globale, e tutti i problemi legati all’antropizzazione”, elenca Di Pippo “rendono necessario una presenza della nostra civiltà oltre i confini della Terra”. Una scelta che “deve prima passare per una consapevolezza, ancora lontana dall’essere raggiunta, che questo è un passo necessario, e da questo discenderanno poi le azioni politiche, i finanziamenti, i programmi, le collaborazioni”.
 
La strada è già tracciata ma bisognerà percorrerla passo dopo passo, uscendo dall’orbita terrestre per raggiungere la Luna e Marte, e poi andare oltre: “La razza umana, dopo 50 anni dall’inizio dell’era astronautica, padroneggia bene le tecnologie chiave per un accesso anche commerciale all’orbita bassa”, ricorda Di Pippo. “Le tecnologie per un viaggio interplanetario non sono invece ancora tutte disponibili. La creazione di una colonia umana su un altro corpo del nostro Sistema Solare richiede non soltanto lo sviluppo di tali tecnologie, ma anche uno sforzo di coordinamento a livello globale in quanto solo in collaborazione internazionale sarà possibile portare avanti un progetto così importante per il futuro dell’umanità”. C’è però una cosa che manca oggi, ed è la volontà politica. Senza quella, non si va da nessuna parte. “Vale la pena ricordare un paio di esempi: nel 1961 John Fitzgerald Kennedy annunciò che gli Stati Uniti sarebbero andati sulla Luna e ritorno ‘before the decade is out’ e fu otto anni dopo, nel 1969, che Armstrong posò il primo piede umano sulla superficie di un altro corpo celeste; ed era il 1972 quando Nixon annunciò lo sviluppo del programma Shuttle, e il Columbia, prima navetta della flotta, fece il suo primo volo il 16 aprile 1981. Tra l’annuncio e la realizzazione, passarono meno di 10 anni, in tutti e due i casi. Questo dimostra una cosa in modo abbastanza inequivocabile: se c’è volontà politica, potremmo poter realizzare il primo viaggio verso un avamposto su un altro pianeta entro i prossimi due decenni”.

Necessario uno sforzo internazionale.
La differenza rispetto al passato sta nel fatto che, mentre per andare sulla Luna o realizzare uno Space Shuttle bastavano le risorse di un solo paese (sebbene pur sempre la prima potenza mondiale), oggi un obiettivo come quello di costruire stazioni nello spazio profondo, sulla Luna o su Marte è ben al di là della portata di qualsiasi nazione presa singolarmente. “Non può che essere un’azione collettiva dell’umanità”, chiarisce Di Pippo. “I grandi programmi spaziali in realtà sono oramai portati avanti in collaborazione internazionale, tanto che la Stazione Spaziale Internazionale, in orbita sopra le nostre teste a 400 km di altezza, è stata non solo realizzata in collaborazione tra 5 partner principali (USA, Russia, Giappone, Europa e Canada) ma viene soprattutto gestita dai cinque partner giorno dopo giorno, rendendola la più grande opera pacifica su scala globale mai realizzata dalla razza umana. Meriterebbe il Premio Nobel per la Pace. Soprattutto, se imparando da questo, si potesse mettere in piedi una strategia di esplorazione in collaborazione mondiale. La risposta dunque è: Nazioni Unite, senza dubbio”.
 
L’avanguardia, però, sarà costituita dai privati, come sta già avvenendo ora: “Sappiamo per certo che molte materie prime abbondano soprattutto nei tantissimi asteroidi che affollano il Sistema Solare. Questo spiega anche come mai nel recentissimo passato negli Usa sono state costituite numerose compagnie private che hanno come obiettivo principalmente quello di atterrare su vari asteroidi ed eseguire operazioni di carotaggio e di estrazione di materie prime, soprattutto in vista dell’esaurimento delle scorte sul pianeta Terra”. Oltre allo sfruttamento delle risorse extraterrene, inoltre, il rilancio dell’impresa spaziale avrà ricadute significative in termini di innovazione tecnologiche da utilizzare in settori diversi, come è già avvenuto in passato. “Le attività spaziali hanno prodotto e continuano a produrre una serie di ricadute importanti per la vita di tutti i giorni delle quali in realtà non ci rende sempre conto”, ricorda Di Pippo.“Sappiamo quante volte durante una intera giornata ciascuno di noi utilizza dei satelliti o oggetti e sistemi che sono derivati dallo spazio? Da quando controlliamo le previsioni del tempo a quando guardiamo la televisione, da quando ci rechiamo in un luogo che non conosciamo grazie ai ricevitori satellitari nelle nostre auto a quando utilizziamo gli aspirapolvere portatili per raccogliere le briciole, da quando usiamo dei termometri di nuova generazione per misurare la febbre ai nostri figli a quando camminiamo con l’ausilio di scarpe con suola traspirante”.

Andare nello spazio per risolvere i problemi della Terra
Non solo: “Lo spazio ci può aiutare anche per far fronte all’emergenza che stiamo vivendo oggi sulla Terra a causa dei sostanziali cambiamenti ai quali il nostro pianeta è sottoposto. Possiamo pensare di raccogliere energia solare in grandi collettori in orbita. Possiamo utilizzare radar penetranti montati su satelliti in orbita per determinare dove esistono ancora dei giacimenti di petrolio e gas. E non è lontano il giorno in cui nelle stazioni spaziali in orbita bassa potremo sviluppare nuovi vaccini o nuove medicine”. L’interesse economico costituirà insomma l’innesco, ma il grande fenomeno di espansione nello spazio avrà interessi diversi. Per questo dovrà essere coordinato da realtà sovranazionali: “Esiste infatti anche una motivazione legata all’esplorazione intesa nel suo significato più pregnante: negli addetti ai lavori permane lo stesso spirito che portò alla scoperta di nuove terre alcune centinaia di anni fa. Esplorare, scoprire, rimane uno degli obiettivi intrinseci dell’umanità”, spiega Di Pippo.
E alla domanda su quali problemi etici potrebbe comportare l’espansione della nostra civiltà nello spazio, la risposta di Simonetta Di Pippo è decisa: “Non è la scienza che crea problemi etici, ma l’uso improprio che se ne fa.  L’etica, quindi, va applicata al modo di fare scienza, alle ragioni per le quali si esplora. La protezione dell’ambiente dovrebbe essere un valore di ogni singolo essere umano, e ambiente è un termine ampio, che non si applica solamente al nostro pianeta Terra. Qualche volta i problemi si presentano perché si sottovalutano le conseguenze di alcune azioni, come ad esempio il fiorire di debris spaziali in alcune zone orbitali che stanno creando problematiche che non erano state previste ab origine. Certamente, qui non si tratta di etica, ma si deve imparare dai propri errori, e questo è normale nel processo di conoscenza che l’uomo ha intrapreso dall’inizio della sua presenza sul pianeta”.

Fonte: Scienze fanpage