Contesto storico

Il IV - V secolo d.C. ad Alessandria d’Egitto

Nell’epoca in cui visse Ipazia, Alessandria d’Egitto era la capitale della provincia romana dell’Egitto, nata nel 30 a.C. per volere dell’imperatore Augusto. A capo della provincia era posto un prefetto scelto dall'Imperatore nell'ordine equestre: il praefectus Alexandreae et Aegypti.
Seconda per grandezza alla sola Roma, Alessandria per tutta l'antichità rimase un prestigioso centro culturale, culla dell’Ellenismo, grazie alle istituzioni del Mouseion e della celebre Biblioteca di Alessandria.
Ospitava inoltre una numerosa comunità ebraica: fu qui che la Bibbia venne tradotta in greco nella versione conosciuta come dei "Septuaginta".
Per tutta l'epoca ellenistica la popolazione restò suddivisa etnicamente tra Greco-Macedoni, Ebrei ed Egiziani, con leggi e costumi differenziati.
Ma l’Alessandria d’Egitto conosciuta da Ipazia fu soprattutto teatro di scontri fra Pagani e Cristiani.
Rovine di Alessandria d'EgittoInfatti nel 380 fu emanato dall’imperatore romano Teodosio l’Editto di Tessalonica: ai popoli sottomessi a Roma venne ordinato di abbracciare la fede cristiana, con l’intento, soprattutto politico, di evitare continui scontri nelle province. L'editto, firmato anche dagli imperatori Graziano e Valentiniano II, dichiarò il Cristianesimo religione ufficiale dell'impero e proibì i culti pagani.
L’estensione delle proibizioni ai danni dei pagani crebbe vertiginosamente con una serie di decreti, noti come editti teodosiani, con cui l’imperatore proibiva l'apostasia dal Cristianesimo e al contempo vietava l’accesso ai templi pagani.
Cruciale fu l’editto del 391, emanato ad Aquileia: esso estese le disposizioni precedenti anche all'Egitto, dove Alessandria godeva, da antica data, di speciali privilegi relativi ai culti locali, comprese le cerimonie sacrificali. Ad Alessandria il vescovo Teofilo iniziò una sistematica campagna di distruzione dei templi.
Resti del SerapeoIl tempio di Serapide, divinità greco-egizia che riuniva in sé Zeus ed Osiride, venne assediato dai Cristiani. Il vescovo Teofilo e il prefetto Evagrio, insieme con gli uomini della guarnigione militare, iniziarono l'opera di demolizione. Il vescovo volle dare il buon esempio dando il primo colpo contro la colossale statua di Serapide.
Stessa sorte toccò alla Biblioteca di Alessandria la cui sede era stata spostata proprio all’interno del tempio di Serapide e accoglieva 700.000 tra papiri, rotoli e libri.
Fu proprio in questo clima di grave avversione al Paganesimo che Ipazia diede avvio al suo insegnamento presso la scuola d’Alessandria.

La morte di Ipazia e il suo contesto storico-politico

Cosa portò Ipazia alla morte?
Ipazia era una libera pensatrice e studiosa, insegnava sulla pubblica piazza a chiunque volesse apprendere ed era seguace della filosofia neoplatonica e, in quanto tale, esponente di spicco del Paganesimo. Era amata dal popolo e rispettata dai potenti, tanto da desiderarne il consiglio. I suoi studi, il suo difendere il sapere e la Biblioteca erano visti da parte del potere romano come gesti di sfida.
Ma ciò che concretamente condusse Ipazia alla morte fu la sua amicizia con il prefetto Oreste.
Infatti alla morte del vescovo Teofilo, avvenuta nel 412 d.C., salì sul trono episcopale Cirillo. Quest’ultimo esiliò la comunità ebraica dall’Egitto e trasformò le sinagoghe in chiese cristiane.
Secondo quanto riferito da Socrate Scolastico, con Cirillo «la carica episcopale di Alessandria prese a dominare la cosa pubblica oltre il limite consentito all’ordine episcopale». In tal modo, tra il prefetto di Alessandria Oreste, che difendeva le proprie prerogative, e il vescovo Cirillo, che intendeva assumersi poteri che non gli spettavano, nacque un conflitto politico, anche se «Cirillo e i suoi sostenitori tentarono di occultarne la vera natura e di porre la questione nei termini di una lotta religiosa riproponendo lo spettro del conflitto tra Paganesimo e Cristianesimo».
Cirillo, sempre secondo la testimonianza di Socrate, si servì della confraternita cristiana dei Parabalani, definiti come fanatici del culto cristiano, per scatenare il terrore ad Alessandria, dando avvio a veri e propri scontri fra Cristiani e Pagani.
Ipazia fu vittima delle lotte di potere: la donna infatti «s'incontrava alquanto di frequente con Oreste, l'invidia mise in giro una calunnia su di lei presso il popolo della chiesa, e cioè che fosse lei a non permettere che Oreste si riconciliasse con il vescovo».
Moneta raffigurante Elia PulcheriaDopo l'uccisione di Ipazia fu aperta un'inchiesta. A Costantinopoli regnava di fatto Elia Pulcheria, che era vicina alle posizioni del vescovo Cirillo d’Alessandria e come il vescovo fu dichiarata santa dalla Chiesa. Il caso fu archiviato, sostiene Damascio, a seguito dell'avvenuta corruzione di funzionari imperiali. Anche secondo Socrate Scolastico, la corte imperiale fu corresponsabile della morte di Ipazia, non essendo intervenuta, malgrado le sollecitazioni del prefetto Oreste, a porre fine ai disordini precedenti l'omicidio. La tesi è condivisa da Giovanni Malalas, secondo il quale l'imperatore Teodosio «amava Cirillo, il vescovo di Alessandria. In questo periodo gli alessandrini, col permesso del vescovo (Cirillo) di fare da sé, bruciarono Ipazia, un'anziana donna, filosofa insigne, da tutti considerata grande».
Icona di San Cirillo d'AlessandriaPur discordando in parte fra loro circa le modalità e i tempi dell’assassinio di Ipazia, tutte le fonti antiche concordano nel ritenere che la donna fu uccisa per il potere che aveva ormai acquisito: alla pari di un uomo, poteva sedere al cospetto delle più importanti cariche cittadine, professare liberamente e pubblicamente la filosofia pagana, insegnare presso la Scuola d’Alessandria dove molti accorrevano per ascoltare le sue lezioni, discutere in forma privata col prefetto romano Oreste.
Damascio riportò un aspetto inquietante della sua uccisione: “mentre ancora respirava appena, le cavarono gli occhi”, quegli stessi occhi che le erano serviti per studiare il cielo.
Ipazia fu vista come una minaccia che andava eliminata. Significativo a tal proposito è il fatto che nessuno dei suoi allievi dichiarò, dopo la morte di Ipazia, di esserlo stato. La sua figura fu cancellata sia fisicamente (attraverso lo smembramento e il rogo) sia scientificamente (attraverso la perdita delle sue opere scritte sia scientifiche che filosofiche).