Intervista
Buongiorno Professoressa, è ancora così fresco il ricordo di lei al Senato: la sua dignità, la sua presenza altera e dolce allo stesso tempo… Un esempio di donna intelligente, elegante ed accurata nei comportamenti come nei suoi prodigiosi studi… Un vero modello per tutti noi.
Suvvia, quanti complimenti! È stata la mia lunga vita ad insegnarmi ad essere ciò che sono stata fino a pochi mesi fa, quando a 103 anni il mio corpo ha deciso di volersi riposare, anche se i miei studi e le mie ricerche, alle quali ho dedicato appassionatamente la mia vita fortunatamente rimarranno nei libri e, spero, nel ricordo di alcune persone.
La sua vita, per l’appunto. È nata più di un secolo fa, nel 1909, in un periodo storico ricco di fermenti, di idee rivoluzionarie, di esperimenti in ogni campo: artistico, sociale, economico, politico… Com’è stata la sua infanzia? Che aria si respirava? E come ha cominciato a diventare Rita Levi Montalcini, Premio Nobel per la Medicina e la Fisiologia nel 1986?
Purtroppo, dopo un periodo di grandi fermenti e grandi idee, la guerra ha riportato tutto nei ranghi, anche se in realtà nulla è rimasto come prima, tant’è vero che subito dopo la Grande Guerra, nonostante le enormi distruzioni, i morti e le sofferenze, i fermenti sono ripresi. La Belle Époque e la Rivoluzione Russa, la Repubblica di Weimar, i grandi artisti, e poi il Fascismo, il Nazismo, la Seconda guerra mondiale… Quante ne ho viste!
La mia era una famiglia di persone colte e amanti dell’arte, aperte e pronte a guardare con simpatia il prossimo e a considerarne sempre il lato migliore. I miei genitori incoraggiarono sempre me, mia sorella e mio fratello ad arricchire il nostro spirito e la nostra intelligenza attraverso lo studio. In particolare ritengo di aver ereditato da mio padre alcuni atteggiamenti come quello di andare sempre avanti senza complessi, con tenacia, verso i miei obiettivi e di affrontare con naturalezza e noncuranza le difficoltà.
La mia era però pur sempre una famiglia molto tradizionale, addirittura di stampo vittoriano, nella quale i modelli ed i ruoli familiari erano precisamente definiti e rispettati.
E in che modo questo si coniugava con la libertà nella ricerca?
Mio padre, soprattutto, considerava in modo tradizionale i rapporti tra genitori e figli e figlie ed era preoccupato che le mie decisioni rispetto agli studi potessero interferire negativamente su quelli che riteneva i miei doveri coniugali di moglie e di madre, irrinunciabili per una donna. Per questo motivo era contrario al fatto che io mi iscrivessi alla facoltà di Medicina a Torino. Ma io ero pur sempre sua figlia ed avevo ereditato da lui una certa determinazione che mi consentì di iscrivermi ugualmente al corso di studi che preferivo.
E come andò poi?
Per gli studi molto bene! Mi laureai nel ’36 col massimo dei voti e mi specializzai in Neurologia e Psichiatria, ma furono le vicende storiche ad iniziare dalle leggi razziali del ’38 che mi ostacolarono. A causa delle persecuzioni contro gli Ebrei ordinate dal Fascismo, dovetti fuggire con il mio maestro in Belgio, dove fortunatamente ebbi la possibilità di lavorare all’Università di Bruxelles e di continuare i miei studi sul sistema nervoso. Nel ’39 decisi di tornare a Torino, anche per vicende personali, e di allestire un laboratorio nella mia camera da letto. Purtroppo le persecuzioni costrinsero me e la mia famiglia a spostarci continuamente. Comunque, pur correndo molti rischi, riuscii a non farmi deportare. Nel ’44 mi arruolai come medica nelle truppe delle forze alleate che, insieme ai partigiani, stavano liberando l’Italia dai Fascisti e dai Nazisti. Con la fine della guerra potei finalmente riprendere a studiare e a fare esperimenti in un laboratorio casalingo che avevo predisposto.
Quante peripezie, quanto coraggio e quanta determinazione! E poi i riconoscimenti internazionali…
Sì, nel 1947 accettai un incarico alla Washington University e poi ho lavorato a Rio de Janeiro e a New York dove, anziché per un breve periodo, rimasi 30 anni, studiando e sperimentando fino alla scoperta che mi valse il premio Nobel nel 1986! La mia passione per lo studio era tale che cominciai a lavorare anche in Italia in centri di ricerca come il CNR ed in organismi internazionali come la FAO.
Non si è mai sposata, non le è mancata una famiglia?
Quando avevo tre anni decisi che non mi sarei mai sposata e ne fui sempre convinta anche perché nel matrimonio fra due persone brillanti una finisce col soffrire perché l'altra ha più successo. Tuttavia, anche se tra mille preoccupazioni rispetto alla possibilità di poter continuare a studiare sposandomi con l’uomo che amavo, per un periodo ci ho seriamente pensato. In fondo ero stata allevata a considerare con noncuranza le difficoltà e forse, mi dicevo, avrei potuto superare anche quella dell’idea tradizionale di matrimonio.
Fu però la sorte a privarmi della necessità di dover decidere, quando, al mio ritorno in Italia dal Belgio, il mio caro amico stava morendo.
Pur non avendo figli o figlie si è però circondata di molte giovani e di molti giovani…
È vero, non si studia per se stessi, ma per la società! Io ho sempre avuto molta fiducia nei giovani. Non ho mai smesso di chiedere che il futuro dei giovani ricercatori e delle giovani ricercatrici non venisse cancellato e che fosse loro permesso di lavorare in Italia. Ho detto e ripetuto questo fino alla fine.
Anche la sua Fondazione si è occupata di giovani, soprattutto di giovani donne…
Tutto sommato, anche io nonostante la fortuna di essere vissuta in una famiglia di aperte vedute e, grazie a questo, di aver potuto scegliere cosa fare della mia vita, mi sono resa bene conto di quanto siano stati forti e lo siano ancora oggi i pregiudizi contro la possibilità e la volontà delle donne di andare avanti verso una vita professionale, di studio, di ricerca pienamente soddisfacente. Tutto questo a causa dell’idea tradizionale della donna non come persona, ma come moglie e madre che ha l’unico compito di essere al servizio della famiglia. Un’idea vittoriana, appunto, che persiste ai giorni nostri. Quest’idea rende molto difficile per le donne, così educate, proseguire nelle carriere quando diventano madri. Non è ancora affermata l’idea che gli uomini e le donne debbano condividere i compiti di cura per consentire ad entrambi di poter svolgere serenamente ed al meglio il lavoro che hanno scelto.
Il motto della Fondazione Levi Montalcini è: "Il futuro ai giovani".
Di giovani e soprattutto di giovani donne mi sono circondata nelle mie ricerche e con loro sono arrivata ad importanti scoperte. In loro credo e per loro mi sono sempre battuta, comprese le donne di Paesi dove si lotta ogni giorno per la sopravvivenza.